Non è una conferenza come le altre. Non è solo vigilia, non è solo gestione di una partita. È il racconto di un momento, di una squadra e di un allenatore che sente addosso qualcosa di più grande del semplice campo.
Il messaggio è chiaro fin dalle prime battute: il Benevento non deve guardare nessuno. Né il Catania, né i risultati degli altri. «Noi dobbiamo vincere comunque», ribadisce più volte il tecnico, tagliando ogni possibile alibi. Nessuna attesa, nessuna dipendenza: la matematica, se deve arrivare, la squadra giallorossa deve costruirsela da sola.
È una questione di mentalità. «Non ho mai vissuto sulle disgrazie degli altri», spiega. Un concetto che diventa linea guida: le squadre vincenti non sperano, impongono. E per farlo serve equilibrio, perché la fretta può essere pericolosa quanto la pressione. «Vogliamo arrivare all’obiettivo il prima possibile, ma non deve diventare un’ossessione».
Il focus resta quindi interno, anche nelle scelte di formazione. Nessun adattamento forzato all’avversario: «Le decisioni le prendo in base a quello che vedo durante la settimana». Un criterio che premia lavoro, intensità e continuità, senza farsi condizionare dal contesto esterno.
Ma guai a pensare a una partita semplice. Il tecnico alza immediatamente il livello di attenzione sul Cosenza: «È una squadra forte, con giocatori di Serie B e un allenatore preparato. Non è meno di noi». Un avversario in forma, capace di mettere in difficoltà chiunque e pericoloso soprattutto nei finali di gara. Il messaggio allo spogliatoio è netto: niente distrazioni, niente calcoli, solo partita vera.
Poi, però, il tono cambia. Quando si entra nel personale, emerge tutto il peso emotivo del momento. «Non ho mai vissuto emozioni così», ammette. E lo fa senza filtri: «Non sto dormendo». Non è tensione negativa, ma qualcosa di più profondo, quasi viscerale. «È come l’attesa di una nascita», dice, paragonando queste settimane a un’esperienza unica nella sua vita.
Un coinvolgimento totale che non si limita al campo. Perché fare l’allenatore, per lui, è molto più che gestire una squadra: «Amo questo mestiere più di quando facevo il calciatore». Le difficoltà, le incomprensioni, le critiche fanno parte del percorso. E vanno accettate, vissute, metabolizzate.
Non manca anche uno sguardo più ampio sul sistema calcio, toccando il tema delle difficoltà societarie e dei rischi legati a situazioni come quella del Trapani. «Il calcio italiano deve cambiare», afferma con decisione, parlando di rispetto per chi lavora e per chi investe. Un discorso che va oltre la classifica e tocca la sostenibilità stessa del movimento.
Infine, il rapporto con la città e i tifosi. «Dobbiamo essere una cosa sola», dice. Perché se è giusto prendersi gli applausi nei momenti positivi, bisogna essere pronti anche ad affrontare le difficoltà. Senza perdere però il senso delle proporzioni: «Facciamo lo sport più bello del mondo, siamo privilegiati».
E allora il messaggio finale è quasi un manifesto: vivere tutto fino in fondo. Senza paura, senza pesi inutili, senza perdere la gioia del momento.
Il Benevento è lì, a un passo da qualcosa di grande. Ma, come ripete il suo allenatore, non si tratta di aspettare. Si tratta di andare a prenderselo.












