Le riflessioni di Carmine Tranfa

“La maggior parte degli ISTITUTI GIURIDICI vigenti derivano dal DIRITTO ROMANO. Tra questi, sicuramente, c’è la “successione”. I beni del “pater familias” (padre di famiglia, custode delle Memorie degli antenati), dopo la sua morte, andavano ai familiari del defunto, anzitutto ai figli. Il soggetto defunto era denominato “de cuius” ossia la persona di cui “si sta parlando”. I successori diventavano proprietari del patrimonio ereditario. Nell’antica Roma, il “pater familias” era l’unico che poteva disporre del patrimonio della “gens” (stirpe). Il patrimonio era costituito da casa, bestiame, schiavitù, campi agricoli, ecc. Il “pater familias(padre e padrone) aveva un potere molto ampio sui componenti della famiglia (moglie, figli, schiavi e nuore). Disponeva, su di loro, del diritto di vita o di morte oppure poteva venderli come schiavi. Si racconta che, per questa incombenza, il più delle volte sceglieva le “nuore”. Ovviamente, nel corso dei secoli, c’è stata una grande evoluzione (in senso cristiano e moderno) del concetto di “pater familias”. Attualmente la successione legittima (NON testamentaria) è disciplinata dagli articoli 565 e seguenti del Codice Civile. L’art. 456 codice civile, recita: “la successione si apre al momento della morte, nel luogo dell’ultimo domicilio del defunto”. La successione legittima, in effetti, consiste nel passaggio del patrimonio del defunto agli eredi.Con la successione legittima non è il “de cuius” (colui della cui eredità si tratta), a decidere a chi andrà il proprio parimonio, ma lo Stato, attraverso le norme dettate dal Codice Civile. Si addiviene alla successione legittima anche quando le disposizioni testamentarie non riguardano l’intero patrimonio del defunto. In tal caso si parla di successione mista (in parte testamentaria ed in parte legittima). L’Istituto Giuridico della successione è variegato e complesso, per cui, anche per ragioni di lunghezza dell’articolo, lo tratterò nelle linee generali. Ma il lettore sicuramente sa che le cause civili iscritte a ruolo per mancato accordo sull’eredità da dividere, sono costose e defaticanti. Inoltre, statisticamente, sono quelle che hanno una durata lunga, non solo a causa della loro complessità, ma anche perché, nella lite, si intrecciano risvolti affettivi ed economici(contributo unificato, parcella avvocati, periti o contro periti). In ogni caso ricordiamoci che esistono tre gradi di giudizio(1° grado, appello e Cassazione). Per la qual cosa la durata del processo civile, oggettivamente, è imprevedibile.

Nella successione legittima, i soggetti che possono ereditare, nell’ordine, sono:

Il coniuge;
i discendenti (figli): la presenza di figli o di discendenti esclude tutti gli altri successibili (aspiranti all’eredità);
gli ascendenti (genitori) ed i collaterali (fratelli, sorelle e cugini);
gli altri parenti di grado meno prossimo;
lo Stato Italiano.

A questo punto è necessario fare una distinzione fondamentale tra legittimari ossia coloro che hanno dirittoalla “legittima” cioè ad una quota del patrimonio (articoli 457 e 536 codice civile). Trattasi del coniuge, dei figli e, in mancanza, degli ascendenti cioè dei genitori del defunto (successione necessaria in quanto impone il rispetto di quote minime di patrimonio, anche in presenza di testamento). Gli eredi “legittimi” sono i “chiamati alla successione” ovvero i collaterali (fratelli, sorelle, ossia coloro che hanno un ascendente comune, ma non discendono l’uno dall’altro), zii, cugini ed altri parenti entro i quali intervengono nella successione solo in assenza di legittimari (coniuge, figli e, in mancanza, gli ascendenti – genitori del “de cuius”).

A questa regola generale c’è un’eccezione contenuta nell’art. 582 codice civile il quale dispone: “al coniuge (in assenza di figli) sono devoluti i due terzi dell’eredità (75%)se egli concorre con ascendenti (genitori del defunto) o con fratelli o sorelle del “de cuius” (collaterali) ovvero con gli uni e con gli altri; agli stessi spetta il terzo dell’eredità ossia il 25%. Al coniuge è riservato anche il diritto d’uso e di abitazione sulla casa coniugale (art. 540 comma 2, codice civile). Comunque l’assegnazione delle quote di eredità, nei casi più frequenti, avviene in questo modo:

1. se il defunto lascia il coniuge e un figlio, il patrimonio viene diviso al 50% tra loro due;
2. se i figli sono due o più, al coniuge spetta un terzo (33%); i figli ereditano i due terzi (67% circa), suddivisi in parti uguali;
3. se al “de cuius” succedono solo i figli, gli stessi ereditano in parti uguali.

Ai figli legittimi sono equiparati quelli adottivi, i nati fuori dal matrimonio ed i naturali, purché la filiazione sia stata sia stata riconosciuta o sia stata dichiarata a seguito di sentenza. Ma occorre precisare che, in materia successoria, nella vita reale, malgrado la precisione del Codice Civile, si verificano casi particolari, i quali hanno bisogno di interpretazione. In tale ipotesi si fa ricorso alla giurisprudenza di merito (Tribunali, Corti di Appello, ecc.) o di legittimità (Suprema Corte di Cassazione). Oppure si fa riferimento all’art. 12 delle preleggi: disposizioni sulla legge in generale (approvate preliminarmente al Codice Civile – interpretazione della legge in generale). Il Regio Decreto n. 262 del 1942 dimostra che, già all’epoca, esistevano difficoltà interpretative. I Romani sostenevano “in elaris non fit interpretatio” (se la norma è chiara, non c’è bisogno di interpretazione). Se le norme fossero scritte in maniera leggibile, non ci sarebbero tanti problemi nell’ambito del diritto e la Cassazione sarebbe “alleggerita” di tonnellate di faldoni. In diritto l’articolo è una parte del testo in cui è suddiviso un atto normativo (per esempio la Costituzione è composta da 139 articoli). Il “comma” è una parte di un articolo di legge che, per essere comprensibile, deve essere breve. Allo stato attuale è stato acclarato che le leggi pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale siano state circa 400.000 (quattrocentomila). Al confronto i “Dieci Comandamenti di Mosè” costituiscono un capolavoro giuridico!. A proposito di “brevità”, le leggi che hanno lo scopo di regolare la politica economica dell’Italia per un triennio dal 1978 ad oggi (in 42 anni), hanno cambiato nome (Finanziaria – fino al 2016 – poi Legge di Stabilità), ma non la sostanza. Dal 2017 in poi la legge di “stabilità” si è trasformata in legge di “Bilancio”. L’art. 1 dell’ultima legge di Bilancio 2021 (di previsione annuale e triennale) n. 178 del 30/12/2020 – G.U. n. 322 del 30/12/2020, contiene 1150 commi. La stessa, composta da “appena” 510 pagine di uno “zibaldone”ovvero di una pietanza composta da moltissimi “ingredienti”di difficile comprensione e “digestione” per gli “arditi”ossia per coloro che si “cimentano nella lettura”. In ogni caso, in materia successoria, si applica la regola che i gradi di parentela più prossimi escludono quelli più remoti (ad esempio gli zii parenti di terzo grado, escludono i cugini parenti di quarto grado). In questo contesto non c’è interpretazione! Gli affini (suoceri, generi, nuore, cognati, ecc.) NON sono contemplati nella categoria dei “successibili” ossia degli aspiranti ad ottenere l’eredità. Il Codice Civile prescrive che l’erede risponde anche delle “passività” lasciate “in dote” dal “caro estinto”. Per questo motivo quando l’erede si rende conto che i debiti del defunto sono superiori ai crediti, può rinunciare all’eredità. Otterrà l’effetto positivo che i creditori non potranno rivolgersi a lui per chiedere il pagamento dei debiti del defunto. La rinunzia all’eredità va fatta dal Notaio o dal Cancelliere del Tribunale competente per territorio. Gli eredi, però, possono ricorrere anche ad un altro Istituto Giuridico ossia l’accettazione dell’eredità con il “beneficio dell’inventario”. L’art. 490 codice civile, recita: “l’effetto del beneficio d’inventario consiste nel tenere distinto il patrimonio del defunto da quello dell’erede”. L’erede compila “l’inventario”dei beni ereditati e, insieme alla dichiarazione di “accettazione con beneficio d’inventario” la consegna al Notaio o al Cancelliere del Tribunale competente. La stessa viene trascritta nel registro dei Beni Immobiliari. Con questa operazione l’erede risponde, nei confronti dei creditori, solonei limiti del valore economico dei beni ereditati, risultante dall’inventario.

La tassazione dell’imposta di successione prevista dal D.P.R. n. 346 del 31/10/1990 – Testo Unico Imposta Successioni e Donazioni:

dopo l’apertura della successione (che coincide con la morte del “de cuius”) gli eredi hanno dodici mesi per presentare, in via telematica, la relativa dichiarazione, all’Agenzia delle Entrate. Trattasi di un adempimento fiscale fondamentale, in quanto costituisce condizione necessariaper poter disporre dei beni ricevuti a causa della morte. La base imponibile (il valore su cui si applica l’imposta), è costituita dal valore complessivo acquisito da ciascun beneficiario. Il valore netto si ottiene sottraendo, al valore dell’attivo ereditario, le passività e gli oneri deducibili. Il valore degli immobili calcolato sulla base della rendita catastale, non può essere rettificato dall’Agenzia delle Entrate.

LE ALIQUOTE:

l’imposta è proporzionale, ma varia in base al grado d parentela degli eredi con il defunto.

IN PARTICOLARE:

imposta del 4% per il coniuge ed i parenti in linea retta (figli), da calcolare sul valore eccedente, per ciascun erede, un milione di Euro. Di conseguenza opera la franchigia di successione ossia la soglia entro la quale si è esenti da tassazione (art. 2 decreto legge n. 262/2006);
6 per cento, per fratelli e sorelle, da calcolare, sul valore eccedente, per ciascun erede, centomila euro (franchigia euro 100.000);
6 per cento – senza franchigia – per gli altri parenti;
8 % – senza franchigia – per le altre persone NON parenti che hanno ereditato, per esempio, a seguito di disposizioni testamentarie.

Tuttavia l’art. 28 del D.P.R. n. 346/1990, recita: “non vi è obbligo di dichiarazione di successione se l’eredità e devoluta al coniuge ed ai parenti in linea retta del defunto (figli) e l’attivo ereditario ha un valore NON superiore a centomila e non comprende beni immobili o diritti reali immobiliari” (uso, usufrutto ed abitazione). Di conseguenza, se il “de cuius” non era proprietario di beni immobili o altri diritti reali immobiliari NON sussiste l’obbligo di dichiarazione da parte degli eredi in linea retta (figli).”