palazzo-de-simone 1Il Palazzo de Simone, sede del Conservatorio Statale di Musica recentemente intitolato a ‘Nicola Sala’, sorge in pieno centro storico della città di Benevento, prendendo accesso da piazza Arechi II e da via Mario La Vipera. In esso vi sono, oltre alla sede del Conservatorio Statale di Benevento, che interessa in questa sede, anche alcuni dipartimenti dell’Università del Sannio e il Teatro ‘de Simone’. Strutturato su due ali unite ad angolo retto, il Palazzo è già visibile dal Corso Garibaldi e rappresenta uno dei maggiori esempi di architettura del ‘700 beneventano, opera di Filippo Raguzzini. Oggi, la parte occupata dal Conservatorio Statale versa in mediocri condizioni manutentive e pertanto si sono avviati lavori di restauro, durante i quali è stato possibile effettuare un’accurata analisi dell’epoca delle strutture murarie e degli interventi di ristrutturazione eseguiti negli ultimi cento anni, che lo hanno completamente stravolto rispetto all’originario impianto settecentesco. Dalla relazione di progetto datata 27 febbraio 1981, a firma dell’ufficio tecnico comunale di Benevento, risulta che l’edificio “[…] fu commissionato dal Marchese Giovanni de Simone intorno al 1720-1729 al Raguzzini, ma poi fu realizzato all’incirca verso la metà del secolo […]. L’edificio non ricopriva tutta l’attuale area ed era prospiciente una grande piazza con un unico corpo di fabbrica a forma di ‘L’, di cui la parte più allungata, di tipo a corte, costituiva l’ingresso alla effettiva residenza, mentre sull’altra ala si inseriva il resto dell’edificio e la cappella di famiglia aperta anche al culto cittadino. L’edificio si articolava su due piani con un disegno di facciata di sobrio stile settecentesco.
Per più di un secolo tale edificio fu residenza della famiglia de Simone, finché l’ultimo marchese di questo casato non lo vendette ai Fratelli delle Scuole Cristiane che, intorno al 1930, demolirono il primo piano dell’edificio per innalzarne al suo posto altri tre destinati ad ospitare scuola e collegio. Nel 1954 il complesso edilizio fu ulteriormente stravolto dal progetto dell’ingegnere Angelo Scala che realizzò i locali da adibirsi a refettori, cucina e dispense, in corrispondenza dei cortili di ricreazione lungo la strada di circonvallazione denominata via dei Rettori. Seguirono poi i succitati interventi di consolidamento post terremoto a cura del Comune e la sistemazione dei giardini a cura della Soprintendenza. Sulla scorta di tali progetti è stato possibile determinare con una certa precisione l’epoca delle strutture murarie presenti nell’attuale Palazzo de Simone, ala Conservatorio, da cui risulta che solo la Sala intitolata a Mons. Benedetto Bonazzi, arcivescovo che agli inizi del ‘900 riaccese i riflettori sui codici beneventani (contenenti il repertorio liturgico di epoca longobarda), ha mantenuto l’impianto originario delle strutture.

triplice cintaEbbene, sono proprio le strutture murarie che ci consentono di fare qualche riflessione. Le aule che si affacciano su Viale dei Rettori sono notevolmente sottoposte rispetto al livello stradale e sono delimitate dalle murature realizzate negli anni trenta sull’impianto originario di epoca longobarda. Proprio nella parte più bassa di tale muratura vi è un grosso masso su cui è incisa una struttura geometrica costituita da tre quadrati concentrici raccordati da quattro segmenti perpendicolari. Alcuni chiamano questa figura ‘Triplice cinta’, ispirandosi alla Bibbia (Primo libro dei re – costruzione del palazzo di Salomone), laddove si dice: “[…] Il gran cortile aveva tutto intorno tre ordini di pietre lavorate […]”. Altri la considerano semplicemente un gioco come quelli ancora oggi presenti sul retro di alcune scacchiere. Altri ancora immaginano percorsi esoterici di origine templare, ovvero c’è chi l’associa all’emblematica cristiana dove, la triplice figura concentrica, assume la sintesi del macro e microcosmo in cui il Centro è Cristo. Certo è che di questi segni in Italia e in Europa ve ne sono molti, e in provincia di Benevento ne segnaliamo almeno quattro, pare unici in Campania, oltre quello di Palazzo de Simone. Precisamente: due si trovano incisi sui gradini del castello di Campolattaro; uno è stato rinvenuto durante i lavori di restauro dell’Arco del Sacramento a Benevento e poi custodito presso i locali della Soprintendenza archeologica; uno è visibile su un muretto dell’Hortus conclusus sempre a Benevento.
È evidente che non esistono elementi per datare tali incisioni, e l’aspetto antico non è garanzia del fatto che antiche lo siano per davvero. Inoltre, non è detto che la datazione delle incisioni coincida con quella degli edifici che le contengono.
Tuttavia rimane il fascino semiotico ed estetico del ritrovamento.
Tale ritrovamento ci consente di associare Benevento all’Ordine dei Templari? Si, perché come detto vi è chi associa l’incisione dei tre quadrati concentrici raccordati da quattro segmenti perpendicolari a un simbolo templare utilizzato dai ‘Fratelli del Tempio’ per riconoscersi e per segnalare il proprio passaggio. Sicuramente non c’è motivo di dubitare che Benevento sia stata visitata dai templari e che addirittura sia stata sede di una commenda. La certezza ci proviene anche dal fatto che i Templari, com’è noto, avevano facoltà di costruire chiese nelle città in cui passavano. Lo fanno in tutta Europa e, in maniera unica e rivoluzionaria, anche nell’Italia meridionale. Vi è notizia di una chiesa di Santa Maria del Tempio nella parte nord-occidentale della città di Benevento (tra l’attuale via Posillipo e Corso Dante, nei pressi del fiume Calore) che era custodita nel 1190 da tal Berardo e che probabilmente è stata distrutta alla fine del XIII secolo, durante la guerra svevo-angioina. Vi è notizia, inoltre, di una non meglio identificata chiesa di San Nicola, dove vi risiedeva “Johannes preceptor ecclesie Sancti Nicolai militie Templi” (forse coincidente con un’altra chiesa di cui si ha notizia lungo il tratto di strada che dall’Arco di Traiano porta al Ponticello), e di un fra’ Martino di formazione Templare, funzionario nominato da Clemente IV.

L’arte di costruire chiese in questi anni segna in maniera decisiva la storia dell’architettura europea. I maestri costruttori Templari diffondono le cappelle e i battisteri a pianta ottagonale e circolare ed onorano, esaltandolo, lo stile gotico. Villard de Honnecourt, disegnatore, scrive un libro di ornamenti e motivi (Codex, ms. Fr. 19093), da cui è possibile estrapolare i primi segni di una estetica dell’architettura gotica codificata. Nel trattato, pervenutoci incompleto con soli 33 degli originari 46 fogli di pergamena, vi sono diverse categorie di disegni: raffigurazioni animali e umane, piante e alzati di edifici, attrezzi impiegati nelle costruzioni e regole geometriche. Tutti i disegni sono di un’eccezionale qualità. È ragionevole immaginare che i maestri costruttori si cimentassero nella rappresentazione di una pianta di città o di una cattedrale con un’astina di metallo con una estremità affilata e l’altra piatta per cancellare. In epoca pre-romana e nella preistoria, per ottenere disegni incisi nella roccia (graffiti) si impiegavano pietre dure e appuntite o scalpelli in metallo direttamente in cantiere sulla prima pietra adatta disponibile. Del resto ancora oggi molti architetti preferiscono improvvisare schizzi e schemi geometrici sulle pareti degli edifici, schizzi che poi vengono ingloriosamente coperti dall’intonaco e dimenticati. Quindi possiamo sostenere, con ragionevole prudenza, che un disegno inciso su pietra e rappresentativo di un qualsiasi sistema edilizio sia diventato nei secoli un simbolo che oggi ci appare astruso e misterioso. Chissà se a tracciare la ‘Triplice cinta rinvenuta in città sia stato un maestro costruttore di epoca romana o medioevale o addirittura di epoca precedente, se sia stato un viandante nel periodo della diaspora templare che aveva necessità di segnalare il suo passaggio o ancora due operai edili che, annoiati e stanchi, hanno voluto giocare al ‘Filetto’ (anche se il segno in questione insiste sul piano verticale e quindi risulta improbabile che su di esso si sia giocato). Del resto la pietra utilizzata nei primi filari seminterrati delle mura longobarde potrebbe essere una pietra di spoglio che è stata prima al servizio di un maestro muratore e, solo successivamente, reimpiegata per costruire il basamento dell’impianto murario longobardo e oggi ci consente di divagare senza costrutto sulle sue geometrie.

L’articolo di seguito pubblicato ci è stato gentilmente concesso da Donato Ferro, direttore editoriale della ‘Hevelius Edizioni’.

Autore: Giuseppe Iadarola – Titolo della pubblicazione: ‘Dei codici e delle pietre’