michelangelo_fetto“Cari Amministratori”, questo l’incipit della lettera sul dibattuto tema ‘Benevento Città Spettacolo’, scritta da Michelangelo Fetto, codirettore artistico Solot Compagnia Stabile di Benevento.

“Un autografo per Città Spettacolo, così si chiamava la raccolta firme di cui si fece promotrice nell’anno 1991 la Solot quando il dissesto del Comune mise seriamente in pericolo l’effettuazione del Festival teatrale all’epoca più importante del Mezzogiorno. Migliaia di cittadini apposero le loro firme e tanti artisti fra cui Franca Rame e Dario Fo dimostrando affezione, sensibilità e civiltà . Qual è il rischio che si corre oggi, a rimpiangere con tanto di sospiro, artisti come Judith Malina, la Compagnia dell’Arlecchino servitore di due padroni, il teatro nero di Praga, Marco Paolini (che vox clamantis in deserto ho invocato per anni come direttore artistico di Città spettacolo) Peter Greenaway, Fura del Baus, Luigi Proietti, Dario Fo e tanti altri artisti magari giovani sconosciuti dell’epoca che hanno trovato nel festival l’ideale trampolino di lancio per carriere straordinarie come Ugo Chiti o Mario Martone ? Il rischio, scorgendo alcuni commenti dei social e sulla stampa, è quello di passare per rosiconi, tromboni, invidiosi, nemici del popolo ed amanti delle “masturbazioni intellettuali” nonché nostalgici dell’ancien regime dimenticando che chi è artista lo è sempre e non solo cinque anni si e cinque anni no. L’entusiasmo suscitato dagli artisti succitati, gli interminabili applausi che hanno accompagnato le loro performances, le sensazioni, le emozioni forti , il senso di appagamento mentale che parimenti si prova anche dopo una bella lettura o dopo un concerto mi hanno sempre lasciato un retrogusto amaro dovuto al fatto che quelle emozioni non fossero condivise da tanti, dai più. Personalmente, figlio d’operai, ho cominciato ad amare il teatro perché papà e mamma mi portavano da piccino a vedere gli spettacoli al Teatro Romano. Ho sempre amato il teatro in tutte le sue declinazioni ma naturalmente con delle preferenze verso il teatro di narrazione, il cosiddetto teatro civile e politico. Il teatro deve essere politico (Pòlis), deve concorrere attraverso i temi, le narrazioni e le poetiche alla crescita del senso critico di chi vi assiste e non come si potrebbe e vorrebbe far credere al suo compiacimento per altri fini. Un festival teatrale deve essere momento di laboratorio, di sperimentazione drammaturgica, vetrina per le nuove tendenze sceniche e non il duplicato all’aperto di una normale stagione teatrale. Altre sono le vetrine, i palcoscenici, di manifestazioni votate al puro intrattenimento come la Festa della Madonna delle Grazie, il ‘Sannio Fest’ o le ‘Quattro notti della luna piena’ che hanno la caratteristica di attrarre le masse; sono manifestazioni organizzate bene che hanno fra le altre cose il merito di produrre ricchezza per il commercio. Ma una programmazione seria deve tener conto di tutto e soprattutto di tutti; la cosa che fa a pugni con il buonsenso è l’omologazione verso il basso, la condanna del pensiero e dell’impegno e del teatro drammatico inteso nel senso letterale del termine (drama = azione e dunque più attori in scena ed allestimenti scenografici e luci e costumi) a tutto vantaggio di recital monologanti di artisti di fama televisiva tenuti in pubblica piazza come i cantanti di Sanremo e lontani da magnifici spazi all’aperto che pur ci sono come per esempio il Teatro Romano. Si comincia col disprezzare gli spettatori teatrali che normalmente seguono le tre rassegne di teatro cittadine o si spostano nelle province limitrofe per assistere agli eventi e che amano Città Spettacolo definendoli “pseudo intellettuali” (una specie di sfigati insomma) e poi si continuerà con quelli che leggono i libri e vanno a sentire i concerti che a Benevento sono meno di quelli che li fanno e quelli che vanno per musei. E allora ve lo dico con il cuore in mano, Cari Amministratori, avete due modi per agire: quello facile, con la quinta marcia in discesa che porta all’applauso facile, al successone che al modo delle ciliegie vi porterà ad abbassare l’asticella qualitativa con spettacoli sempre più scadenti e con artisti sanniti all’ammasso (a proposito un artista sannita quando va a Frosinone può ancora ritenersi artista?) e l’altra, più faticosa ma sicuramente più utile in proiezione futura, che porta la famosa asticella alla sua elevazione, che porterà il festival a riappropriarsi della sua funzione di stella polare del movimento artistico (non solo cittadino) e dunque motore di un processo progressivo di semina benefica in termini di accrescimento sociale, culturale e politico della nostra comunità ed è proprio in quest’ultimo verso che vi auguro il maggiore successo perché il vostro successo sarà quello della mia città. Questo è quello che penso, dixi et animam levavi.”