Il 25 novembre, nella giornata contro la violenza sulle donne, la casa circondariale di Benevento, con la Compagnia instabile delle Mandragole ha presentato Sante Donne, una prova aperta, a cura di Exit Strategy, un’associazione di promozione sociale con Alda Parrella, Linda Ocone e Valentina Leone.

Entrando nel carcere mi sembra di portarvi vita, nel senso che le trasformazioni, i problemi, i sentimenti entrano con me nell’istituto e si introducono attraverso il dialogo con chi sta all’interno, un dialogo che diventa a poco a poco rapporto umano, una naturale vicinanza solidale che si crea con le persone detenute. Il carcere visto da un volontario è batticuore e tanta buona volontà, è conoscenza, spesso oggetto di proposte e di promesse non mantenute. Ci si avvicina con discrezione alle storie raccontate a frammenti, avvertendo spesso impotenza e rassegnazione di fronte ai disagi e alle tragedie nascoste o solo accennate. E’ un rapporto personalizzato che si basa sull’ascolto, sul sostegno psicologico, un insieme di relazioni per soggetti privati di una normale vita di relazione. Si vivono i problemi, ci si inserisce da perfetti estranei nei legami affettivi più veri, nelle storie familiari di sconosciuti e si immagina un mondo che travalica le sbarre per raggiungere altri miseri che soffrono e aspettano, quasi sempre con un senso di passiva accettazione. Un volontario cerca di entrare criticamente in quel mondo chiuso e impenetrabile, facendo breccia con l’interesse, la cultura e il dialogo. Contemporaneamente, fuori dalle sbarre porta una ricchezza di maturità sociale e senso di responsabilità.
Qualcuna, dopo lungo e ostinato silenzio ci dice che tutti le chiedono perché lo ha fatto, mai per chi lo ha fatto. Storie di violenze fisiche e psicologiche, storie di imposizioni non sempre senza scelta. La mia convinzione che le vicissitudini delle donne detenute siano quasi sempre legate a un maschio della famiglia che può essere il padre, il marito, il fratello, in parte è confermata dalle storie di cui vengo a conoscenza. Tuttavia mi colpisce che si assumano le loro responsabilità, non addossando agli altri i reati commessi. Mi piace pensare che sia stato il percorso riabilitativo a fornire una contezza di sé e del proprio percorso esistenziale.
E nella giornata contro la violenza sulle donne, numerose sono le manifestazioni. La casa circondariale di Benevento non si sottrae a questa iniziativa e le detenute, che la violenza l’hanno subìta, ma anche praticata, autrici e attrici, mettono in scena Sante Donne.
Ma chi sono le Sante donne? Né le martiri né le spose infelici, né le “malmaritate”, ma donne che per libera scelta hanno seguito le loro naturali inclinazioni, a volte una vocazione mistica, una professione di fede in cui non si sono annullate nel desiderio dell’espiazione dei loro peccati, nel martirio, ma piuttosto hanno esaltato le loro scelte, illuminandole con percorsi prestigiosi e comportamenti autorevoli. Le Sante, nella recitazione di Melina, Angela, Carmela, Grace… hanno il linguaggio e la gestualità delle popolane, esprimono il loro punto di vista con l’ardore di una madre preoccupata, rimproverano ai figli i comuni peccati terreni: i sacrifici e gli esercizi che poi li porteranno alla santificazione, sono scambiati per capricci o cattive abitudini da correggere. Ma sono donne e sanno essere apprensive e tenere. La fede e la redenzione hanno tante e diverse strade da percorrere, non tutte rettilinee e severe e queste sante donne, detenute e attrici e autrici, lo sanno bene. Il sorriso aiuta quando la strada è ancora in salita.

Lidia Santoro per CorriereSannita