Un’agile e interessante saggio di storia dell’arte, dedicato alla porta di bronzo medievale della Cattedrale di Benevento, è stato pubblicato online dalla casa editrice Hevelius: si può leggere gratuitamente  all’indirizzo https://issuu.com/hevelius_edizioni/docs/la_porta_di_bronzo/49

Ne è autore Francesco Bove. Scopo dell’autore è di collocare questa straordinaria opera d’arte risalente al XII secolo, che, per i temi sviluppati e la raffinatezza della fattura, non ha eguali in Italia meridionale, in un contesto non limitato agli ambiti regionali del Regno normanno, infatti le sue formelle, realizzate mediante fusione a cera persa, nonostante la qualità del modellato e il singolare, stupefacente realismo di alcune raffigurazioni, sono state considerate per lo più espressione della cultura bizantina. Bove, impiegando essenzialmente l’analisi iconografica, trae la convinzione che il committente dell’opera non sia l’arcivescovo, bensì il papa Adriano IV che nel 1157 si trovava a Benevento con tutta la sua corte in conseguenza delle rivolte scoppiate a Roma e allo scopo di mettersi al riparo dall’ostilità manifestata nei suoi confronti dall’aristocrazia romana filo imperiale. Nella città rimase e pontificò per molto tempo, così come il suo successore Alessandro III. E quindi ecco l’ipotesi che tutto l’insieme sia un possente testo ecclesiologico, una sorta di manifesto mirato a riaffermare l’autorità papale al di sopra di qualunque potere terreno, sia in senso teologico, sia politico-istituzionale, e destinato non al circoscritto spazio diocesano, ma all’intera Europa. In tal senso la narrazione della vita di Cristo che la porta propone doveva assumere per i fedeli di ogni ordine e grado un significato non semplicemente divulgativo, bensì dottrinario. Costituiva, infatti, la versione ortodossa dei Vangeli e, nello stesso tempo, una risposta a quanti, in quella tormentata fase, proponendo in contrapposizione alle autorità ecclesiastiche una visione pauperistica della professione di fede e delle pratiche quotidiane, tendevano a mettere in discussioni alcune fondamentali interpretazioni del Nuovo Testamento, insieme all’autorità vescovile. Ciò spiega l’accentuata cura da parte del maestro delle formelle (in verità solo di una parte di esse) dell’ambientazione fortemente realistica oltre a giustificare i particolari fisiognomici portati al limite del caricaturale al fine di rimarcare le radici popolari delle storie evangeliche, eliminando tutte quelle connotazioni tipiche del simbolismo esoterico bizantino ed evitando, inoltre, le raffigurazioni ieratiche dei personaggi. Tale orientamento estetico e contenutistico si evidenzia soprattutto nei registri alti della porta, in modo speciale nell’Annunciazione, nell’annuncio ai pastori e nel colloquio dei re magi con Erode. Sono risultati di alto valore artistico che differenziano la porta beneventana da tutte le altre rappresentazioni del genere esistenti nel Mezzogiorno, anche di quelle che presentano analogie tematiche e iconografiche. Sembra che in essa si fondino esperienze artistiche di ascendenza molto diversa, che donano ai riquadri un più saldo impianto topologico, quasi scenografico, in cui il modellamento della figura umana acquista un espressività che prelude al gotico. Bove indica l’area provenzale e germanica come polarità culturali di riferimento, da cui potrebbero essere venuti gli artefici. Individua, in particolare, suggestive assonanze con la forza comunicativa, la plasticità e lo schema compositivo delle decorazioni della porta lignea della chiesa di S. Maria in Capitol di Colonia. Oltre a inquadrare l’opera in un sistema di valori formali geograficamente e culturalmente più ampio, l’autore, la inserisce in un evento storico di grande rilevanza, vale a dire nella lotta per le investiture. Adriano IV e Alessandro III ne furono i protagonisti, contrapponendosi a Federico Barbarossa, imperatore del Sacro Romano Impero e a Guglielmo II re di Sicilia che pretendevano di nominare i vescovi allo stesso modo dei propri feudatari. Il registro basso della porta beneventana sembra attestare, unico nel suo genere, la rivendicata ed esclusiva dipendenza dei presuli all’autorità papale. Tale era l’importanza di siffatta attestazione, anche dopo la morte di Adriano IV, allorché l’opera non appariva ancora completa, che il suo successore ne dispose la continuazione. L’intervallo tra l’interruzione del lavoro e la sua ripresa ha verosimilmente comportato la sostituzione del maestro, ritornato ai lontani luoghi di provenienza, e da ciò è dipesa la discontinuità qualitativa tra le formelle appartenenti alla prima fase e quelle della seconda. Esse, pur osservando gli indirizzi dell’originario programma iconografico, non ne replicano la vivacità ideativa e la decisa personalità delle forme. Ciò non toglie che l’opera sia di assoluto rilievo e si situi nell’insieme di relazioni politiche e di scambi economici di respiro continentale che connotano il periodo specifico e che caratterizzano anche la città di Benevento. Merito dello studio di Franco Bove è quello di aver fatto intravedere, attraverso l’analisi non convenzionale del manufatto di cui si è detto, la condizione niente affatto isolata della comunità beneventana tra XI e XIII secolo.