imageA un anno dall’alluvione che colpì alcune zone di Benevento e della provincia si ripresentano le piogge, anche se con minore intensità. L’autunno ha segnato un tragico appuntamento per l’Italia negli ultimi decenni, con frane, alluvioni, fenomeni atmosferici violenti, ma soprattutto vittime, troppe vittime che di anno in anno si aggiungono a una tragica lista, che continua ad aggiornarsi e che, inesorabilmente, continuerà probabilmente a farlo ancora per molto tempo. Responsabili di queste catastrofi sono sicuramente una sconsiderata pianificazione territoriale, una terra geologicamente giovane e morfologicamente complessa e i cambiamenti climatici, sempre più spinti e violenti, che trasformano i nostri climi da temperati a tropicali e, non ultimo, l’abbandono delle campagne, i suoli poveri e degradati, la vegetazione rada. L’insieme di questi fenomeni crea una miscela pericolosa contro cui è difficile difendersi, se non con una radicata e attenta prevenzione su tutto il territorio nazionale.

Purtroppo è ancora diffusa una logica perversa quanto pericolosa di fronte a fenomeni di portata notevole: un atteggiamento fatalistico, quello del “speriamo che qui non accada”, una speranza che ha portato l’uomo a stabilire un rapporto impari e sbagliato con la Natura, una speranza che ha vita breve e che ben presto si trasforma in distruzione, morte, rabbia e tanto dolore.
La variazione del clima è una verità nota a tutti, un fenomeno troppo vicino a noi per non notarlo; basta essere solo adulti per ricordare gli inverni nevosi, gli autunni con piogge regolari e periodiche. Il cambiamento ha come possibili conseguenze non solo fenomeni fisici, ma anche antropologici, sociali, economici. Sulle conseguenze le vedute sono quasi sempre unanimi, mentre sulle cause che le hanno generate non c’è l’accordo: dalla fluttuazione dell’energia solare ai fenomeni vulcanici e così via. Allo stato attuale, l’ipotesi più convincente potrebbe essere il riscaldamento globale, già in atto; l’analisi dei dati di temperatura degli ultimi 150 anni indica un aumento della temperatura superficiale globale di circa 0.6 °C con un tasso di crescita in aumento. Il livello globale dei mari negli ultimi cento anni si è innalzato fino a 14 cm circa e anche la distribuzione delle precipitazioni mostra notevoli variazioni. Alcuni effetti di questi cambiamenti sono già percepibili, come ad esempio un aumento degli eventi meteorologici estremi. In Italia le serie storiche di temperatura e precipitazione nell’ultimo secolo indicano che il clima sta diventando più caldo e più secco, in particolare al centro-sud, con la contemporanea tendenza all’aumento delle precipitazioni intense e un maggiore rischio di eventi siccitosi, come in molte altre aree del Mediterraneo. Un aumento dell’intensità delle precipitazioni comporta peraltro un aumento del rischio di alluvioni, frane ed erosione dei suoli. Quello che preoccupa non sono i valori annuali di pioggia o di temperatura, ma sono i valori puntuali: quelli che si realizzano in poche ore.

Parte della variabilità del clima può essere ascritta alla variazione delle forzanti naturali del sistema climatico che sono principalmente legate a cambiamenti nei flussi di energia che agiscono sul sistema climatico, in primis la quantità di energia solare che incide sulla Terra. Naturalmente le macchie solari, e anche l’attività vulcanica con le emissioni di grandi quantità di aerosol, hanno influenzato le temperature del passato. Ma quanto si sta osservando non può essere spiegato chiamando in causa solo i processi naturali. La discussione sulla reale esistenza di un cambiamento climatico ha portato i climatologi a convergere nell’individuare l’attività umana quale causa principale di questo fenomeno. Insomma siamo tutti responsabili.
E se l’uomo è responsabile, o almeno corresponsabile dei cambiamenti climatici, a sua volta il clima influenza l’attività umana, le migrazioni, le scelte di vita e di sopravvivenza delle popolazioni. Basti ricordare come il fiorire di alcune civiltà, come quella dei Comuni italiani del ‘300, sia avvenuto in concomitanza con un innalzamento globale delle temperature. Esiste a questo riguardo quindi una sicura correlazione tra variazioni climatiche e attività umane. Però vale la pena sottolineare che, presi come siamo dai problemi climatici attuali e attenti all’analisi delle minime variazioni di temperatura, non ricordiamo che comunque il clima anche nel passato ha avuto un andamento ciclico e che si sono registrate delle temperature anche di 10 gradi più alte delle attuali.

Infine una ultima considerazione. Esaminando gli eventi di pioggia avvenuti in vari punti del paese, è possibile calcolare il tempo di ritorno secolare o plurisecolare. La definizione del tempo di ritorno di un evento può avvenire grazie al fatto che il nostro territorio è controllato, da poco più di cento anni, da pluviometri che registrano le quantità d’acqua che precipitano nel corso di minuti, ore, giorni, mesi e anni. E’ possibile quindi sapere quanta pioggia è caduta in qualsiasi periodo di tempo in ogni città e paese italiano di una certa importanza. Sulla base di questi dati gli idrologi elaborano le loro statistiche e stabiliscono quale è la massima quantità di pioggia che può cadere in dieci, cinquanta o cento anni. Questi risultati determinano ad esempio il modo in cui sono progettate le opere idrauliche: impianti idrici e fognari di una certa importanza verranno realizzati in modo che possano continuare a lavorare efficacemente, anche se viene giù una pioggia violenta e copiosa, dal punto di vista statistico, solo una volta in cento anni: verrebbe da dire che che nulla può essere progettato perché sia affidabile per sempre. Varrebbe la pena considerare che esiste una via di mezzo tra il fatalismo e le grandi opere, tra l’accettazione passiva e la scienza.

Lidia Santoro per CorriereSannita