Ci sono assenze che pesano come macigni e presenze che, paradossalmente, si fanno più forti proprio quando diventano invisibili. Il 15 febbraio a Benevento non è cronaca sportiva, è liturgia laica. Sono trascorsi tredici anni da quando Carmelo Imbriani ha lasciato il calcio terreno per andare a correre su campi più alti, eppure, entrando al “Ciro Vigorito”, la sensazione è che il numero 7 non sia mai sceso davvero negli spogliatoi.
Mentre il calcio giocato fa il suo corso, la vera partita si disputa sugli spalti e nella memoria collettiva. Lì, dove sventola instancabile la bandiera con il suo volto e il suo numero, il tempo si annulla. Non esiste Serie A, B o C: esiste solo “Carmelo”, l’uomo che ha incarnato l’essenza stessa della sanniticità: testardaggine, passione, lealtà assoluta.
Il ricordo, oggi, non è malinconia sterile. È orgoglio. È la consapevolezza che il seme piantato da Imbriani ha germogliato radici profonde, inattaccabili. Merito di una città che non dimentica e di un fratello, Gianpaolo, che ha trasformato un dolore privato in una missione pubblica, portando il messaggio di Carmelo in ogni angolo del globo, trasformando quel sorriso in un simbolo di speranza e solidarietà.
In questa giornata, il risultato del campo diventa un dettaglio sfocato sullo sfondo. Ciò che resta a fuoco è l’eredità morale del Capitano. Ogni coro della Curva Sud, ogni sguardo rivolto al cielo, ogni sciarpa giallorossa stretta al collo è un rinnovo di quella promessa fatta tredici anni fa: Imbriani non mollare.
E lui non ha mollato. È ancora lì, custode silenzioso dei sogni di una città, metro di paragone per chiunque indossi quella maglia, stella polare che brilla fissa sopra il Vigorito. Tredici anni dopo, Carmelo Imbriani non è storia passata. È il presente più vivo del Benevento.












