L’egemonia del capo, il concetto di leader e la rappresentanza politica

Grillo-RenziLa storia politica ha sempre avuto un suo modo implicito di scelta, i cittadini nella loro varia esposizione riuscivano ad eleggere quel che si riteneva la persona più audace e più competente all’interno dell’agone politico.

Al giorno d’oggi la trasformazione è di kafkiana memoria: se prima i partiti creavano all’interno il proprio leader, colui che si differenziava per proprie capacità di partecipazione, di argomentazione, di soluzione (altresì chiamata problem risolving) di convinzione, di grande espressione popolare, ora è lo stesso fantomatico Leader a generare partiti, a far pesare il suo peso di tessere nelle stratificazioni sociali e nelle scelte gestionali.

Renzi è un esempio lampante di come si può essere segretari e presidenti senza elezione, di come la figura rappresentativa partitica sia quella egemone nel panorama elettorale anche se di elezione presidenziale non si è mai parlato.

Questa vicenda così “nuova” nella sfera politica – giuridicamente un nuovo elemento normativo viene definito “novellazione” – si sta permeando nel territorio nazionale facendo leva sulla possibilità di mistificare sé stessi pur di “contare” percentualmente nelle sfide annuali di rappresentanza.

La metamorfosi del capo nasce dall’instabilità cruenta che il nostro Paese sta vivendo: il capo non è più la riconoscenza di una superiorità intellettuale e morale bensì è il conteggio numerico del vincente.

Alcuni potrebbe sicuramente obiettare che la risposta proviene dalla stessa matrice ma sappiamo perfettamente che la giustezza si identifica nella scelta non nella nomina!
Ora più che mai i Partiti sono ritornati alla Prima Repubblica: sono alla ricerca di una percentuale di vincita, sono alla ricerca sfrenata di “delusi” da inserire nell’organigramma e cercare “senza etica” di sforare un traguardo che per motli sembra inarrivabile.

La domanda è : se per il presidente del Consiglio vale la legge di una fanatica rappresentanza senza contenuti, perché per le varie elezioni dovrebbero essere sostenuti i candidati espressioni territoriali e pieni di contenuti?

Grillo ha ragione nel dire che la malafede è ormai il simbolo della partitocrazia presente, ma non si può, come Lui stesso non ha fatto, gridare alla rivoluzione e contestualmente non essere al centro dello scontro numerico!

E’ un comunicatore, Grillo, ma non un Leader! O meglio al giorno d’oggi, ogni comunicatore ha un proprio partito e quindi dovremo parafrasare nuovamente la dicitura “LEADER”.

 

 

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