Don Ciotti, fondatore di Libera, ha consegnato tre parole alla comunità: “Continuità nel fare le cose, condivisione e corresponsabilità”

Tre sono state le parole che don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e del Gruppo Abele in visita ieri nella Diocesi di Cerreto, Telese e Sant’Agata, ha voluto consegnare all’incontro con gli studenti degli Istituti Superiori presenti nel nostro territorio diocesano, dedicato all’invisibilità del disagio: continuità nel fare le cose e nel mettersi in gioco, nello smuovere le acque e le coscienze (“per trasformare le emozioni in sentimenti”), condivisione (“uscire dai nostri io per realizzare insieme il noi”) e corresponsabilità (“collaborare con le istituzioni se operano bene, diventare la loro spina nel fianco se non operano bene”). Parole che ha affidato non solo ai giovani, ma a tutti i presenti. Più di 400 gli studenti presenti di mattina nel corteo per la legalità e la pace, prima, e nella chiesa di San Martino, poi. Dopo un momento musicale e canoro a cura del “Carafa-Giustiniani” e i saluti istituzionali del dirigente scolastico del Liceo Classico “Luigi Sodo” don Alfonso Salomone e del dirigente scolastico del “Carafa – Giustiniani” di Cerreto Sannita Giovanna Caraccio, sono intervenuti, moderati dal giornalista e membro di iCare Michele Palmieri, Mirella Maturo, presidente della cooperativa sociale di comunità iCare e il Dott. Aldo Policastro, procuratore capo di Benevento. La prima s’è soffermata su cos’è iCare e di cosa si occupa, spiegando i passi fatti e i passi da muovere e, soprattutto, del modo in cui si stanno generando segni nella nostra Diocesi sulla strada, on the road, con i giovani, con i più fragili, con i più indifesi, con tutti coloro che vivono delle difficoltà; il secondo ha posto la propria riflessione sulla fragilità che mette in moto il mondo e sulle diversità che migliorano la società.

Fulcro della folta Assemblea diocesana del pomeriggio, invece, è stata “La Chiesa in uscita tra stola e grembiule”, moderata dal direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali don Saverio Goglia. Dopo un breve intervento del membro Equipe Caritas diocesana Giuseppe Ciambriello, che nel delineare l’orizzonte di “Chiesa in uscita” fuori “che si cinge il grembiule per aiutare i fratelli più in difficoltà”, ha elencato tutte le attività attualmente in corso da settembre scorso ad oggi nella Caritas diocesana (dai Centri d’ascolto in tutte e 4 le Foranie allo “Sportello Antiusura Mano Amica”, dagli incontri di formazione per gli operatori della carità al protocollo d’intesa sul gioco d’azzardo firmato dal vescovo, dai sindaci del territorio e dall’Asl).

Poi gli interventi di don Ciotti nelle chiese parrocchiali di San Martino e della Cattedrale di Cerreto Sannita, in questo doppio appuntamento intitolato “Fa strada ai poveri senza farti strada”. Non semplicemente un prete anti-mafia, don Luigi, che agisce da solo, ma in rappresentanza di un “noi” che s’impegna e che lotta per testimoniare i valori della legalità, della giustizia e della responsabilità. “Il primo dovere che abbiamo – ha detto a gran voce il prete di strada – è quello della conoscenza. Conoscere per essere cittadini consapevoli e responsabili che non si girano dall’altra parte. Il cambiamento comincia dentro di noi. E noi dobbiamo essere questo cambiamento”. Il tutto, partendo dalle relazioni autentiche e, come detto, dalla responsabilità personale. “Le relazioni non sono solo freddi scambi d’informazione, ma siano condivisione di vita. Accogliere gli altri vuol dire saper accogliere sé stessi. Non basta accorgersi degli altri, ma dobbiamo sentirli dentro di noi”. Sotto scorta da molti anni, don Ciotti è da sempre a fianco dei deboli, e degli indifesi, in prima fila contro i soprusi illegali ed istituzionali. “Essere responsabili – ha detto con forza – significa essere liberi ed essere liberi significa essere responsabili. La povertà non rende liberi, ma rafforza il serbatoio delle illegalità. Perché tutto ciò che porta ad essere dipendenti da qualcosa o da qualcuno priva della propria libertà. La libertà è la massima espressione chiara dell’umana dignità. Mentre la privazione della libertà è la più grossa ferita dell’umanità. Cedere alla nostra responsabilità significa cedere alla nostra libertà. Siamo tutti, sempre, chiamati a fare scelte coraggiose. Quale tipo di coraggio? Il coraggio di abbandonare gli schemi rassicuranti e di rifiutare la comoda routine. Bisogna avere il coraggio di vedere quello che non va per costruire quello che va”. Coinvolge i giovani don Ciotti, li invita a fare domande e ad intervenire, li chiama per nome e li fa accomodare al tavolo dei relatori. Quando inizia ad esserci un po’ di brusio che può portare trambusto e distrazione in chiesa, a don Ciotti basta un fischio, una parola, uno sguardo per ottenere dai giovani il silenzio totale. E poi via alle storie che ha vissuto in prima persona, sulla propria pelle, per rispondere agli interrogativi posti dagli studenti. Perché le esperienze da lui provate sono la testimonianza concreta di quegli alti valori. “Giovani, siate capaci di riempire la vita…di vita. Se l’obiettivo che avete nella vita è bello e positivo, non fermatevi alla prima difficoltà, ma andate avanti. Non aggirate gli ostacoli, ma affrontateli”. Poi si rivolge direttamente alla società. “Una società che non si cura dei giovani è una società senza futuro. Sono i giovani di oggi ad indicarci la strada di domani”. E nella strada di oggi c’è una crisi della natalità, c’è un aumento della disoccupazione, ci sono le mafie più forti che mai che traggono vantaggio dal silenzio e dall’indifferenza. C’è la corruzione, la collusione, il gioco d’azzardo, il traffico di esseri umani, di armi, di mine anti-uomo, di droga. “Tutto questo è un grido a Dio. Un grido per chiedergli di prenderci a pedate educative. Il mio sogno è che si possa realizzare la Città Educativa. Anzitutto nell’educare non esiste un educare e basta. Ma mentre si educa, si viene educati. Inoltre non esiste un’educazione neutrale. Quando la si vuole far esistere, si dice, per esempio, che ci si vuole preoccupare dei giovani, ma non ci si occupa di loro. Non sono, quindi, in discussione i nostri valori o l’educare, ma è in discussione il modo di farlo ed è in discussione chi educa, cioè siamo in discussione noi per primi”.

Le conclusioni del vescovo della Diocesi don Mimmo Battaglia non lasciano scampo ad interpretazioni errate. Il sogno che vuole abitare: “quello di una Chiesa che sappia liberarsi dalla sopravvivenza, una Chiesa che sappia sporcarsi le mani, una Chiesa dove non si celebrano solo i riti, ma dove si vive e si celebra la vita delle donne e degli uomini, intrisa di gioie e dolori”. Perché c’è bisogno di “credenti inquieti sempre più vicini agli abbandonati e ai dimenticati, di esercitarsi nel silenzio per guardarsi dentro. Noi oggi non sappiamo fare silenzio, forse per questo viviamo sogni già consumati”. Rivolgendosi direttamente ai tanti operatori pastorali presenti, ha poi chiesto: “Quanto conosciamo la nostra realtà territoriale e le situazioni che si vivono? Dobbiamo osare, essere timorosi invece denota un grave sintomo d’invecchiamento. Così come la postura che abbiamo è il metro dell’audacia”. 
E ha poi concluso con un’esortazione rivolta non solo ai credenti, ma alla Chiesa tutta: “Nella mia vita sono stati i poveri ad insegnarmi il vangelo, a spronarmi a metterlo in pratica. Povero, non chiuderti, non disperare, con la tua dignità puoi insegnarmi la speranza! La stessa speranza di un Dio che non abbandona nessuno! Tu puoi insegnarmi a condividere la vita, indicarmi il futuro, insegnare che resta solo l’amore. Al povero spetta il primo posto per giustizia: è questa la corresponsabilità nella comunione! Lo sguardo verso l’altro è la prima forma di cura. I poveri non sono semplici destinatari, ma protagonisti del cambiamento. E noi, ministri dell’altare, siamo chiamati a costruire fraternità a partire dalle relazioni. Recuperiamo la dimensione del noi, diamo continuità a questi momenti con responsabilità e credibilità”. Perché, come ci ha ricordato don Ciotti: la speranza ha bisogno di ciascuno di noi”.

 

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